
Attualmente sino al 7% dei lattanti (1;2) soffre della cosiddetta intolleranza
alle proteine del latte vaccino (IPLV) che pertanto rappresenta la
più frequente forma di intolleranza alimentare su base immunologia
dell'età pediatrica (3; 4). Una delle peculiarità di tale affezione
è quella della (forse in realtà apparente) capacità di
raggiungere la tolleranza all'alimento entro l'anno di vita; infatti, in una
discreta porzione dei soggetti affetti (1/3) questa condizione rimane attiva
anche dopo i 3-4 anni; in questi soggetti l'IPLV, oltre a rappresentare una
noxa patogena importante e persistente, rappresenta nel 10% dei casi l'esordio
di uno stato di poli-intolleranza alimentare (PA) che ulteriori problematiche
di salute porrà negli anni a venire (5; 6).
IPLV e PA si presentano frequentemente con rigurgito, vomito, diarrea, dermatite,
stitichezza, ritardo di crescita, rifiuto dell'alimento, distrofia, asma,
shock, etc. Nella stragrande maggioranza dei casi sono riscontrabili lesioni
istopatologiche della mucosa intestinale molto simili a quelle tipiche della
malattia celiaca (atrofia dei villi intestinali di vario grado) che rappresentano
il contraltare anatomopatologico dello stato di malassorbimento che caratterizza
alcuni quadri (7; 8). L'intensità ed il numero dei sintomi è
incostante e variabile nel tempo non soltanto da soggetto a soggetto ma anche
nel singolo paziente. Il termine di "patomorfosi" descrive appunto
la variabilità sintomatologica nel tempo relativa al singolo soggetto:
ad esempio, al vomito delle fasi iniziali può far luogo la stipsi o
il broncospasmo nei mesi successivi. A causa di ciò, sono pertanto
giustificate le difficoltà diagnostiche sia all'esordio che nel follow-up,
e pertanto, la condizione di IPLV dovrà essere sospettata (e pertanto
ricercata) in presenza di uno o più sintomi di quelli sopra elencati.
La dieta che escluda gli alimenti allergizzanti e sostituzione con altri
ipoallergenici rappresenta, allo stato attuale delle cose, il trattamento
razionale delle allergie alimentari. In atto, i sostituti del latte vaccino
più frequentemente utilizzati sono le formule a base di soia, di idrolisati
proteici, e la cosiddetta "dieta di Rezza" (9; 10), etc. Bisogna
precisare che il trattamento non sempre ottiene i risultati sperati per una
serie di "effetti collaterali" che questo comporta: quasi consueta
la scarsa compliance per il gusto poco gradito, i costi gestionali elevati,
il pericolo persistente di manifestazioni allergiche subentranti e gravi verso
alimenti ritenuti apparentemente "sicuri" (5; 11).

In questi casi il problema IPLV diventa di difficile soluzione al punto che
si è reso necessario cercare trattamenti alternativi. Grazie ai "superallergici"
si è tentato, con discreto successo, l'utilizzo del latte d'asina a
scopo terapeutico. In questo contesto, bisogna precisare che le informazioni
circa potenzialità e sicurezza del latte d'asina sono arrivate dalla
tradizione popolare della mia regione (Sicilia); in particolare, quando le
asine erano presenti in gran numero nel territorio, non era impossibile trovare
lattanti con coesistente intolleranza a plurimi alimenti (poliallergia) o
con diarrea protratta secondaria a IPLV autonomamente alimentati con latte
d'asina.
Sulle basi di queste informazioni, applicando le dovute cautele, alcuni casi
particolarmente gravi di IPLV refrattari ai trattamenti canonici (superallergici),
sono stati trattati con latte d'asina. La realizzazione di questo programma
è stato ostacolato da: difficoltà a reperire l'alimento, garantirne
la continuità di erogazione, riluttanza all'uso da parte dei genitori,
eventuale rifiuto da parte del bambino per scarsa palatabilità, rischio
medico legale legato alla somministrazione di dieto-terapia non convenzionale,
potenziale rischio infettivo legato alla dubbia igiene dell'alimento proveniente
da animali non controllati per l'alimentazione umana.
Superati questi ostacoli, i primi tentativi, sebbene empirici, sono stati
coronati dal successo; l'alimento veniva gradevolmente assunto dal bambino,
i percentili di crescita riprendevano l'andamento ottimale ed i sintomi scomparivano.
Anche dopo mesi di trattamento non si verificavano reazioni allergiche. I
risultati pubblicati di questa sperimentazione, ed in cui si riporta l'elevata
affinità quali-quantitativa tra latte d'asina e latte materno, hanno
permesso di dimostrare che il latte d'asina è alimento sicuro nel trattamento
delle PA e garantisce curve di crescita del tutto sovrapponibili a quelle
che si possono raggiungere con altre formule presenti nel commercio (12).
Il successo dei primi esperimenti ha imposto di andare oltre valutando le
caratteristiche cliniche dei pazienti con intolleranza agli idrolisati proteici
e gli sviluppi clinici del trattamento con latte d'asina (13) : 21 bambini
con intolleranza agli idrolisati proteici sono stati trattati con dieta a
base di latte d'asina (LA) e 70 bambini con APLV sono stati trattati con dieta
a base di idrolisati di caseina di latte vaccino (HL). Durante il periodo
di studio, la comparsa di PA è stata dimostrata nel 100% dei soggetti
con intolleranza agli HP (in trattamento dietetico LA) e nel 28.5% dei bambini
con IPLV ma tolleranti gli idrolisati. E' interessante notare che alcuni soggetti
intolleranti al latte di capra e pecora non mostravano cross-reazioni al LA,
dimostrando così la non costante comparsa di cross-reattività
tra latti animali di varia origine.
Durante il periodo di studio, 3/21 soggetti a dieta con LA sviluppavano una
intolleranza all'alimento (1 caso esibiva vomito, 2 diarrea) ed una più
bassa percentuale (52%) di questi soggetti mostrava di avere raggiunto la
tolleranza alle proteine del latte vaccino rispetto ai soggetti con APVL (78%);
inoltre, l'età media dei soggetti del primo gruppo era maggiore rispetto
a quella dei soggetti appartenenti al secondo gruppo. Alla diagnosi una più
alta frequenza di soggetti con elevati livelli sierici di IgE ed IgE specifiche
per le proteine del latte vaccino furono osservati nei soggetti a dieta con
LA. Nessuna differenza fu riscontrata nei due diversi gruppi per quanto riguarda
i parametri di crescita sia alla diagnosi che durante il perfido di studio.
Pertanto, si dimostrava che i soggetti intolleranti agli HP mostravano una
più alta persistenza di APLV e presenza di PA rispetto ai soggetti
con APLV (che tolleravano gli HP) ed infine, e che il LA può essere
un sicuro e valido trattamento dei più complicati casi di intolleranza
alimentare.
In conclusione, il latte d'asina può rappresentare un alleato sicuro
ed affidabile nel trattamento delle poliallergie alimentari della prima infanzia.
BIBLIOGRAFIA
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